Slut-shaming: sessismo o classismo?






Lo slut-shaming è un neologismo che identifica tutti quei comportamenti atti a far sentire la donna inferiore o colpevole qualora non si conformi alle aspettative di genere tradizionali.

Magari avete già voglia di chiudere la pagina, pensando: adesso questa vuole farci la morale femminista con termini altisonanti! Al contrario vi chiedo, per un momento, di dimenticarvi del titolo, del femminismo, dell’uguaglianza.

Voglio che pensiate invece alla vita di tutti i giorni.

Prendiamo d’esempio la vita professionale. Chi non si è mai sentito dire che il nostro lavoro, qualunque esso sia, non è un vero lavoro? Chi non si è mai ritrovato nella condizione di svolgere lavori considerati “umili” o poco glamour? Chi non ha mai storto il naso di fronte al lavoro svolto da alcune persone almeno una volta nella vita?

Pensiamo ora alla gioventù. Quanto era importante fare parte del gruppo? Quali erano i requisiti per entrarvi? L’aspetto fisico? La popolarità col sesso opposto? Essere amichevoli?

Ancora, chi non è mai stato testimone di comportamenti goliardici fra uomini? Gli insulti preferiti sembrano essere quelli che fanno riferimento ad una mancanza di mascolinità. Anche nei libri che leggiamo, gli eroi maschili hanno una limitata gamma di attributi.
Tutte queste situazioni così diverse tra loro hanno in comune la stessa dinamica che sta alla base dello slut-shaming.





Lettori di Crosswords, qui è Desdemona che vi parla. Ho l’onore di presentarvi il primo articolo dell'approfondimento, che faremo su un particolare argomento trattato nei libri che leggiamo per voi. 

La riflessione di oggi è stata ispirata da uno dei temi presenti nel libro “Pazzo D’Amore” di MarieForce, lo slut-shaming.

Maddie è una donna con un figlio e una vita ben lontana da quello del ricco rampollo Mac McCarthy. La sua reputazione sull'isola è stata rovinata da continui pettegolezzi che la vedono protagonista e affrontare la vita con uno stigma del genere è ancora più difficile. Si tratta di una situazione familiare per le donne, ma, in fondo, a chi non è mai capitato l’amico dal grande sorriso ci parla alle spalle?

Mi perdonerete se metto da parte la componente più profondamente sessista della questione. Certo, è innegabile che l’uomo abbia dettato le regole dello slut-shaming, poiché, ancora oggi, il mondo femminile si trova a doversi adattare ad un’ideale della femminilità che esiste solo nella testa dell’uomo.

Ma così come la disparità più grande tra i protagonisti di "Pazzo D’Amore" è quella di classe, anche qui è più utile parlare di estrazione sociale. Lo slut-shaming è alla base uno strumento di potere che permette a chi lo detiene di dichiarare la sua appartenenza ad un gruppo più in alto nella scala sociale, di punire chi non vi appartiene e di regolare l’espressione di genere.

La protagonista del libro è una lavoratrice e appartiene ad un ceto lontano da quello dai ricconi dell’isola. Far parte di una rete sociale ha i suoi vantaggi e prevede norme di comportamento che rendono i membri più o meno intoccabili. Maddie sarebbe dunque colpevole di aver agito in modo non adeguato. È una facile preda perché, senza le persone giuste alle spalle, non ha la possibilità di difendersi. Si parla perciò di privilegio, così che lo slut-shaming reca maggior danno a chi non ha le stesse opportunità di altre.

Come ho accennato, è utilizzato anche come metodo per disciplinare il comportamento della donna in relazione alla sua espressione di genere, ovvero la sua femminilità. Questo è quello che succede in particolare tra le donne, perché sì, lo slut-shaming viene perpetrato da entrambi i sessi. Se a una donna piace divertirsi e non copre ogni centimetro della sua pelle allora verrà apostrofata con termini volti a privarla della sua femminilità.

A coloro che sono pacate, che si vestono in maniera conservativa ma piacevole e che sono carine senza essere troppo belle, truccandosi il giusto ma non troppo, viene concesso il privilegio di essere considerate femminili. Vere donne. Anche quando è facile vedere come certi standard sono del tutto irraggiungibili.

Si tratta peraltro di caratteristiche che di per sé non suggeriscono un bel nulla della persona. Ma, ancora una volta, si parla di classe. Le prime appartengono ad un gruppo sociale dove quei comportamenti sono accettati, così come le seconde appartengono a gruppi che glorificano l’opposto. Entrambe le categorie cercano di stabilire la propria posizione come la più virtuosa, ma una delle due tenderà ad avere più potere dell’altra a seconda del contesto.

Lo slut-shaming sfocia nella sua versione più becera specialmente sui social network e nel gossip. Cosa sarebbe Facebook senza ritrovarsi il cogli… ehm, il soggetto di turno che accusa una vittima di meritarsi lo stupro per via dei suoi vestiti, per via del suo comportamento, per via delle persone che frequenta, per la poca furbizia?

Nessuna donna e più in generale nessuna persona si merita di subire una qualsivoglia violenza gratuita, e qui forse il sessismo ha un ruolo più significativo. 
Penso al movimento #MeToo.
Nulla valgono le numerose dichiarazioni contro alcuni uomini, i casi costruiti dalla polizia e quelli vinti in tribunale: le donne se ne sono approfittate e dunque se lo meritano. Perché se una donna si approfitta di qualcuno, non si merita delle conseguenze adatte ad un mondo civilizzato, no; si merita le peggiori nefandezze neanche fossimo ai tempi delle guerre.

Sicuramente c’è una componente di responsabilizzazione che non può essere trascurata. Esistono soggetti e industrie che fanno della sensualità e dell’erotismo il loro cavallo di battaglia, il cui scopo è quello di mandare certi messaggi. 
Ma dietro ad un po’ di pelle scoperta o certi atteggiamenti non ci sarà mai e poi una richiesta di violenza. D'altronde ha poco senso: chi mai chiederebbe ciò? Perché lo dovrebbe chiedere? Ma si sa, accusare gli altri è sempre più facile che guardarsi dentro.

Lo slut-shaming, così come tutti i comportamenti a cui ho accennato nell'introduzione, serve a ritagliarsi un qualche tipo di superiorità che permetta di dichiarare la propria appartenenza ad una categoria situata al di sopra di altre.
Si tratta però di un meccanismo che condanna le differenze individuali, che ci trasforma in sterili categorie e che finisce sempre per crollare: non porta vantaggi a nessuno. 
La vergogna e la colpa non devono appartenerci, non devono alimentare i nostri rapporti, non devono impedirci di conoscere il diverso.

Ancora prima di opporsi allo slut-shaming, è necessario nella vita di tutti i giorni, liberarsi dal giudizio, dalla colpa e dalla vergogna. Nulla di tutto ciò appartiene alla nostra identità, qualunque essa sia.

Il resto, con un po’ più di umanità da offrire, verrà da sé.


Desdemona

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