L'autore
Ciao Giacomo. Abbiamo di recente
recensito due tuoi romanzi, "Sapessi Luca" e "Dimmi Chi sei" e ci hai incuriosito.
Vorremmo sapere un po’ di te. Ci… “dici chi sei”?
Nasco in Sicilia, ma questa terra solare imparerò
a conoscerla solo da grande, in vacanza, perché quando ho appena tre anni, la mia
famiglia mi trasferisco a Firenze. Per questo aspiro tutte le “c”. Studio, non
molto in verità , al Liceo Artistico e poi frequento la Facoltà di Lettere. Il mio
lavoro principale è quello di insegnante alle scuole superiori ma, nel privato,
appassionato di pittura, di musica e della parola scritta, mi dedico a tutte e
tre le possibilità espressive. Ho una bella famiglia con cui condivido stimoli
e soddisfazioni. I miei primi passi nell'editoria mi vedono come autore di
libri scolastici, per Mondadori e Tramontana; ma la mia indole è quella di
raccontare storie; ho sempre scritto, fin da ragazzo, e arrivo alla narrativa
con “Tanto Sonno” (una raccolta di 9 racconti), col romanzo “Le strade che non
portano”, con “Un’immensa giornata”, che ne è il seguito ideale. Con il romanzo
“Le cose accadono”, delicata e intensa storia, abbraccio il tema M/M che
riprenderò in “Sapessi, Luca” e nell'ultimo romanzo "Dimmi chi sei"
Domanda
di rito: perché scrivere? Come è nata questa “necessità ” e quando?
Lo so: la risposta universale che ti aspetti è
"ho sempre scritto". Ma è la verità e credo che sia davvero una
caratteristica di tutti. Non arrivi a dar vita a uno o più romanzi di centinaia
di pagine se non hai collezionato quadernini, block notes e tovagliolini di
carta di ristorante su cui hai appuntato una frase o cinque righe o un
biglietto del bus in cui hai trascritto una frase rubata a un passeggero. Poi
se ho scritto bene o male, fin da piccolo, non lo so; quello che è certo è che
non mi bastavano mai i fogli protocollo quando ci davano un tema libero; e
allora volavo.
Altra
domanda per “farmi gli affari tuoi”:
come scrivi? Penna e carta, Moleskine sempre dietro e appunti al volo, oppure
rigorosamente tutto a video, computer portatile, iPad, iPhone?
Una volta ero fanatico della stilografica; ci
facevo perfino le parole crociate sulla spiaggia. Oggi i mezzi tecnologici
permettono appunti immediati. Se mi nasce un'idea, se sento una frase che
qualcuno butta là e mi fa pensare, prendo il cellulare e registro. Se sono in
posti in cui sarebbe sconveniente cerco un qualsiasi pezzo di carta e appunto.
Poi a casa rielaboro. Ovviamente al computer.
Frequentando
un po’ la tua bacheca mi è parso di capire che “vivi” con molto trasporto
emotivo le storie che scrivi: è così? Quanto c’è di autobiografico nei tuoi
libri? E ancora: quando scrivi, ti diverti oppure soffri?
In modo emotivo è una definizione addirittura
riduttiva. Non voglio sembrare fanatico, ma i miei personaggi sono vivi, per
me. Mi fanno soffrire e ridere. È capitato tante volte che uno di loro
all'improvviso "desse una risposta che io non mi aspettavo" e mi sono
trovato tante volte con le lacrime agli occhi, sia per la gioia che per il
dispiacere. Quando rileggo uno dei miei libri mi capita di fermarmi un secondo,
emozionato e di sentirmi dire "Tranquillo, Matteo, poi si aggiusta
tutto..." oppure "Scusa, Luca, mi dispiace...". Recentemente
sono stato in Calabria e "riconoscevo" le location dei vari momenti
di Antonio e Pietro e mi pareva di vederli lì. In quello che scrivo c'è
tantissimo di autobiografico, disseminato qua e là : le fobie, le insicurezze,
il sentirsi a volte inadeguato e poi finire col fare ugualmente il giullare.
Davide, Matteo, Stefano, Antonio... sono tutti un po' Giacomo.
Il genere che prevale nelle tue
pubblicazioni è la narrativa omosessuale, le tematiche che affronti sono LGBT.
Affrontare l’omosessualità attraverso la narrazione: quanto è
complicato? Secondo te bisogna essere gay per poter scrivere LGBT?
Per scrivere romanzi
"da tartaruga in copertina", non credo sia necessario; basta la
fantasia. Per le storie in cui invece emerga anche la sofferenza che la
condizione omosessuale comporta ad ogni età , pure nei momenti in cui si è
fondamentalmente sereni e liberi, è obbligatorio per lo meno avere una
sensibilità oltre i generi ed essere... vorrei dire aperti, ma in realtà è più preciso "indifferenti" (in senso buono) alla sessualità propria e
altrui. E' superfluo dire che in amore tutto è pulito. Tecnicamente il fatto
che io scriva in prima persona permette di chiarire meglio i pensieri, i
desideri e gli stati d'animo dei personaggi.
Parliamo
un po’ di “Sapessi Luca”: una storia dolcissima LGBT, con un colpo di scena
finale che lascia il lettore sia spiazzato che incantato dal twist improvviso.
Come ti è nata l’idea di questo amore tenero e struggente?
Amo pensare che tutti abbiamo qualcosa che è
rimasto lì, che non è stato detto, o una storia che non abbiamo vissuto ma che
sentiamo sarebbe stata straordinaria. "Sapessi..." incarna tutto
quello che poteva essere, e che non ci è stato concesso. Pensavo a chi vive una
esistenza anche serena ma dentro di sé sa che "la vita è un'altra
cosa". Questo l'avevo in mente, l'avevo dentro, certo. Poi il flash è
avvenuto in modo strano. Canticchiavo "Luka" di Susanne Vega e non
sapendo il testo inglese mi è nato un "Sapessi Luca, da quanto tempo ti ho
aspettato... Sapessi Luca, da quanto sono innamorato...". Ovvero, a veder
bene, tutto il libro.
“Dimmi
chi sei”, appena pubblicato in self-Publishing, è sempre un amore “proibito”,
ma ambientato in un’epoca storica differente e ha per protagonisti due giovani
che ormai sono alla fine della loro vita. Ma anche qui la tensione narrativa si
fa sentire profondamente: ci parli un po’ di come hai creato Antonio e Pietro
(e Filippo)?
"Dimmi chi sei" è stato una sorpresa per
me. Dopo "Luca" ero esausto. Non scherzo. E pensavo che avrei dovuto
prendere una pausa. Poi è arrivato Antonio. I miei personaggi hanno sempre
un'età di circa trent'anni, è un elemento ricorrente, se si esclude l'antefatto
di Matteo e Luca tredicenni, che serve per chiarire, ma poi la storia è fra
trentenni. Mi sono chiesto: "Perché? Non c'è solo la freschezza; la vita è
curiosa, chissà cosa potrebbe portare ai miei ragazzi". Quindi sono nati
questi due personaggi anziani, con il dolore dell'impoverimento fisico, ma
rischiarati dal racconto di tutta la loro vita dai sedici anni in poi, che è
stata tormentata ma bella. L'intenzione era di raccontare un amore universale,
immenso, nei tempi. Filippo, infine, è l'esempio di quanto ci possa essere di
buono in qualcuno che, invece, viene messo in disparte dalla vita.
La tua
scrittura è fluida e sicura, tipica di chi sa maneggiare bene gli strumenti e
le tecniche narrative. Come mai la scelta del Self-Publishing? Si tratta di un
sistema di pubblicazione assai in voga, ultimamente e che per certi versi è
anche parecchio versatile, anche se richiede un’ottima organizzazione e molto
dispendio di energie. Ci racconti un po’ di questa esperienza e di come ti sei
organizzato per portarla avanti?
Leggo spesso di chi pubblica in self "per
scelta". Io francamente lo faccio perché, non riuscendo a raggiungere
nessun editore, voglio vedere che faccia hanno i miei libri, sentirne l'odore,
sfogliarli e farli diventare veri. L'organizzazione iniziale me l'ha data
Simona Simoncini col suo blog, che si è innamorata di "Sapessi, Luca"
e ne ha curato il Review Party, che mi ha fatto conoscere e, nel piccolo, avere
una piccola schiera di persone che mi seguono. È chiaro che i blog e Facebook
servono tanto. Mi impegno nello spam ma ho sempre paura di essere fastidioso.
Chi
scrive dovrebbe leggere tanto. Tu quanto dedichi del tuo tempo alla lettura?
Che genere prediligi? Ci puoi citare due titoli di libri che hai letto di
recente?
Certo: chi scrive deve leggere. Quando sono
all'opera non riesco a toccare un altro libro, sono proprio assorbito, ma sono
un gran lettore. Mi piacciono i romanzi di crescita, le storie intense ma reali
e il genere LGBT mi ha sempre affascinato. Fra i più bei libri che ho letto di
recente ricordo "Le ferite originali" (stupendo) di Eleonora C.
Caruso, "Il colore delle nuvole basse" (imperdibile) di Mirko
Lamonaca e "La vita che ci resta" di Dawn Blackridge.
Progetti
futuri? Hai in animo di pubblicare nuove storie e nuove avventure? Ce ne parli
brevemente?
Nel "cassetto" c'è già un romanzo
avviato, che è stato schiaffeggiato dalla nascita di Antonio e Pietro, ma al
momento resta lì. Dopo "Sapessi, Luca" e "Dimmi chi sei",
sento di avere bisogno di leggerezza e quindi ho deciso far vivere delle
avventure a Karl, il tedesco stralunato di "Luca", anche perché se lo
aspettano in tanti e anche a me piace capire cosa ne è stato dopo la parola
"fine" del libro. Vorrei che ne nascesse un libro divertente, come
sono stati i siparietti fra Karl, Leo, Matteo e Davide. Però so già che
qualcosa di tormentato mi sta frullando nella testa anche per lui.
Grazie per averci concesso questa intervista.
Grazie a te, per l'attenzione e l'affetto. A
presto!
Intervista: Annemarie
Editing: Alessandra


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